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Omnia

Dodici lungometraggi di qualità

In concorso alla ventesima edizione del Trieste Film Festival

Ad aggiudicarsi il premio della giuria per la ventesima edizione Trieste Film Festival, è stato Wolke 9 (Al settimo cielo) del tedesco Andreas Dresen.

Wolke 9 in concorso al Trieste Film Festival 2009

La pellicola, già presentata a Cannes nella sezione Un certain regard e molto apprezzata in Germania da critica e pubblico, racconta della passione che sboccia inaspettatamente tra Inge (Ursula Werner), sarta ultrasessantenne che da trent’anni divide serenamente la sua vita col marito (Horst Rehberg), e il settantaseienne Karl (Horst Westphal). Proprio quando l’esistenza dei tre sembra avviata sui binari sicuri di una tranquilla terza età, la storia tra i due amanti riaccende il desiderio fisico e stravolge le loro vite, incontrando la resistenza di chi li circonda e fatica a comprendere.

Il film non risparmia scene di sesso senza veli, ritraendo con naturalezza amplessi e rapporti orali tra corpi ormai sfioriti e tutt’altro che perfetti. Il regista, sostenuto dalla disinvolta interpretazione dei tre coraggiosi attori del Maxim Gorky Theater di Berlino, rappresenta per la prima volta al cinema una realtà che, fino ad ora, sembra esser stata deliberatamente accantonata. “Mi sono sempre chiesto perché agli anziani, al cinema o in televisione, sia concesso unicamente uno sguardo sentimentale sulla vita o storie gentili e romantiche — dichiara Dresen — si dà per scontato che non provino emozioni forti, tanto meno di natura sessuale”.

E la giuria premia dunque il film — che dovrebbe arrivare nelle sale italiane in primavera — “per la visione senza compromessi del regista e per l’interpretazione straordinaria dei tre protagonisti”.

Ma se di interpretazioni straordinarie vogliamo parlare, occorre citare subito un film che purtroppo a Trieste non ha ricevuto alcun riconoscimento particolare (se non il terzo posto tra i film più votati dal pubblico in sala), pur ritraendo ad arte una compagnia di attori che raggiungono l’eccellenza. Si tratta di Karamazovi (menzione speciale al festival di Karlovy Vary) di Petr Zelenka, abituale frequentatore del Trieste Film Festival, dove ha presentato due suoi precedenti lavori: l’esordio cinematografico Mnaga-Happy End nel 1996 e Rok Diabla, vincitore del concorso nel 2002. Questa volta il regista ceco, la cui fama internazionale è ormai consolidata, ha portato al cinema con grande maestria un adattamento teatrale del romanzo di Dostoevskj, I Fratelli Karamazov appunto. Gli interpreti del film sono gli attori della compagnia ceca del Dejvicke Divadlo Theatre e lasciano davvero senza parole.

Tulpan, film in concorso al Trieste Film Festival 2009

Altro grande escluso dalla giuria è stato lo splendido Tulpan, dell’esordiente kazako Sergey Dvortsevoy, vincitore della sezione Un certain regard al 61° Festival di Cannes e di altri numerosi riconoscimenti internazionali (Kalovy Vary, Festival di Zurigo, etc). Il giovane Asa (Askhat Kuchinchirekov), una volta terminato il servizio militare in Marina, va a vivere nella steppa kazaka assieme alla sorella, al cognato e ai suoi nipoti, una famiglia di pastori nomadi che vive accampata in balia del vento. Il giovane, ancora poco confidente con la vita e un po’ ingenuo, inizierà presto a sentirsi di troppo e a sognare una moglie, una tenda e un gregge tutti suoi. Tulpan, l’unica ragazza in età da marito nel raggio di chilometri, però, continua a rifiutarlo per le sue orecchie. E perché, al contrario di Asa, lei sogna invece di abbandonare quella vita spoglia per andare in città, a frequentare l’università. Il volto della ragazza è un’immagine che non vediamo mai, che ci viene negata, forse il volto di un destino che non è destinato a compiersi, anche se ci piacerebbe forse immaginare di si.

È una storia semplice, equilibrata, a tratti poetica, che affascina soprattutto per la rappresentazione di un mondo lontanissimo dalla globalizzazione, popolato da cammelli, allevatori e trombe d’aria. Lo stile registico è un tocco spiritoso e gentile, molto consapevole, che lascia perdere lo sguardo nella vastità di un paesaggio sconfinato. Dove per vivere bastano un canto che diventa quasi affermazione di sé, un cavallo immaginario, una radio che trasmette notizie di regime.

Una volta dichiarate le simpatie di chi scrive per le due opere appena citate, ossia Tulpan e Karamazovi, bisogna però dare atto ai giurati del concorso lungometraggi del Trieste Film Festival che è spettato loro un compito arduo. Quella di quest’anno è stata davvero un’edizione felice: raramente a un festival capita di poter apprezzare una selezione così eterogenea, originale e qualitativamente valida. Provenienti da Polonia, Serbia, Austria, Ungheria, Grecia, Germania, Repubblica Ceca, Ucraina, Bosnia Erzegovina, Francia, Svizzera, Russia e Kazakistan — e spesso frutto di diverse co-produzioni internazionali — i dodici film in gara hanno offerto uno spaccato interessantissimo sulla cinematografia europea contemporanea, affiancando ad autori già noti registi emergenti che lasciano ben sperare per il futuro.

Las Meninas, film in concorso al Trieste Film Festival 2009

Un apprezzato ritorno è stato quello del regista polacco Jerzy Skolimowski che, dopo diciassette anni di assenza nei quali si è dedicato soprattutto alla pittura, è tornato dietro la macchina da presa con Cztery noce z Anna (Quattro notti con Anna), presentato in anteprima mondiale a Trieste. Protagonista è Leon (Artur Steranko), un uomo di mezza età piuttosto strano, che lavora nel forno crematorio dell’ospedale nella piccola cittadina di provincia dove abita. Dopo la morte della nonna, con la quale aveva vissuto fino a quel momento, qualcosa nella sua grigia esistenza si incrina e, forse per ingannare la solitudine, l’uomo precipita in un’illusoria ossessione. Inizia a spiare la sua vicina di casa (Kinga Preis) – la stessa donna che lo ha accusato di stupro molti anni prima – crede di innamorarsene e finisce col drogarla per introdursi in casa sua mentre dorme. Lo spettatore rimane pericolosamente in bilico tra partecipazione e sgomento, tra curiosità e timore, tra pena e rabbia. Ciò che permette alla regia di reggere abilmente questo gioco è quella sottile e surreale ironia che permea il film e che costituisce un’apprezzabilissima cifra stilistica.

Molto interessante si è rivelato anche Diorthosi (Correzione) di Thanos Anastopoulos, sia per le sue qualità formali che per i temi trattati, di grande attualità. La storia è quella di un ex detenuto che deve reinserirsi nella società una volta uscito di prigione. Oltre a ritrovarsi al margine, l’uomo deve anche affrontare un percorso di espiazione che lo porterà a scontrarsi con una realtà lacerata da conflitti identitari, sullo sfondo di un’Atene inedita e co-protagonista, assieme a una misteriosa donna e a sua figlia.

Le due menzioni speciali della giuria sono andate però a März (Marzo) di Händl Klaus e a Snijeg (Neve) di Aida Begić. Il primo, opera d’esordio per il famoso drammaturgo austriaco, è un lavoro piuttosto impegnativo, che fa i conti con un agghiacciante fatto di cronaca realmente accaduto: il suicidio di gruppo di tre giovani universitari che, senza motivi apparenti, si lasciano morire nel bosco accanto a casa inalando il gas di scarico della propria autovettura. Sono però solo pochi fotogrammi quelli che li ritraggono, a inizio film. La macchina da presa non si concentra sulla loro vita ma su chi resta, sul dopo. Ci troviamo davanti a persone che non conosciamo, che non ci vengono presentate, che sorprendiamo in momenti qualsiasi, mentre tentano di ricostruire la propria quotidianità affrontando l’inspiegabile. Sono immagini dense di silenzi, di interrogativi e di vuoti.

März, film in concorso al Trieste Film Festival 2009

Lentamente, lo spettatore ricostruisce i legami familiari, le appartenenze, trova indizi che non spiegano mai abbastanza. Assieme a un dolore sordo, c’è qualcosa di tragicamente irrisolto che rimane sospeso nell’aria, una ferita collettiva che non riesce a rimarginare. È un film difficile da seguire, molto lento e piuttosto faticoso, che a momenti assomiglia più a un documentario che ad una fiction. Anche per l’utilizzo nel cast di persone comuni, senza esperienze pregresse in ambito cinematografico. La giuria assegna dunque a März la sua prima menzione speciale “per la narrazione forte e precisa, un grande esordio alla regia e la presenza autentica degli attori di fronte alla macchina da presa”.

Snijeg è stato segnalato, invece, “per la visione sensibile, femminile e sensuale della regista di un argomento difficile quale la guerra”. Una motivazione pienamente condivisibile, che può far chiudere un occhio su una trama che attinge a schemi narrativi e caratterizzazioni già viste. Il film, premiato Semain de la Critique a Cannes 2008, è costato cinque anni di lavoro alla regista e alla produttrice Elma Tatarazić (co-sceneggiatrice assieme a Aida Begić e a Noemie De Lapparent).

La storia coinvolge la comunità mussulmana di un villaggio sperduto della Bosnia. Depredato di uomini dalla guerra, ad abitarlo sono rimasti solo bambini, molti dei quali orfani, un vecchio e un gruppo donne di diverse età. Tra queste, per carattere e complessità, spicca Alma (interpretata da un’interessante Zana Marjanović), rimasta vedova subito dopo essersi sposata, che ora vive assieme alla bisbetica suocera. Pur essendo l’ultima arrivata, quella apparentemente meno legata al luogo ed alla sua identità, sarà proprio questa giovane donna a lottare per tenere unita la comunità, per nutrirla con il sogno che era stato quello del marito: aprire un negozio di marmellate che sfamasse mezza Bosnia e li facesse diventare ricchi. Il film tutto è retto dalla speranza in un futuro da poter ricostruire con le proprie forze, rimanendo attaccati alla propria terra, alle persone che sono rimaste. E se la caratterizzazione dei personaggi e gli sviluppi narrativi, come già detto, a tratti cadono debolmente nello stereotipo, il film riesce a sorprendere per la delicatezza con la quale sfiora complessità e contraddizioni della sua materia viva.

Turneja, film in concorso al Trieste Film Festival 2009

Così come avviene anche per le altre pellicole di provenienza balcanica in concorso — l’iperbolico Turneja di Goran Marković ed il più debole Previsione della regista bulgara Sophia Zornitsa — è evidente l’urgenza di confrontarsi con la storia recente dei propri paesi e di affrontare il tema del conflitto e della guerra che li ha devastati. Gli approcci sono diversi e forse c’è ancora bisogno di tempo, ma la ferita è comune. E sembra portare con sé una sorta di obbligo morale, un imperativo a rielaborare costantemente — ognuno a modo proprio — quanto accaduto nell’ex Yugoslavia.

Snijeg non fa eccezione, insinuando uno sguardo intimo ma riservato tra le pieghe del dolore, del lutto — personale e collettivo — e della necessità di ricominciare, di lasciarsi alle spalle la disperazione della morte, come un manto di neve che si scioglierà all’arrivo di una stagione finalmente più mite. Lo sconforto scivola via, a poco a poco, come l’acqua che accarezza la giovane pelle di Alma in alcuni flash che ritornano costanti e accompagnano tutto il film. La regista ci regala con questi inserti alcune immagini preziose, che catturano piccoli gesti quotidiani — sempre gli stessi — e ci raccontano di un futuro prospero, dove i vestiti smessi e modesti di lei hanno lasciato il posto ad un abito turchese di ottima fattura e ad uno splendido velo. E non si può che rimanere affascinati e toccati davanti ad Alma che si lava, in un rito di purificazione che si ripete, che simboleggia tutta la potenza della femminilità e della vita.

La guerra nei Balcani viene vista in Turenja, invece, attraverso una compagnia di strampalati attori che si ritrovano involontariamente in mezzo al campo di battaglia. La commistione tra universo teatrale e reale crea un contrasto variopinto e volutamente grottesco, enfatizzato dall’ingenuità colpevole di questi artisti belgradesi, che sembrano sapere ben poco di ciò che accade a qualche chilometro dal palcoscenico. La storia, che nasce in origine come testo teatrale, non ha certo la pretesa di essere realistica. Metafore e accostamenti improbabili, alternanze di inserti comici e momenti seriamente tragici, una forte musicalità ritmica e un certo spirito autenticamente balcanico fanno di questo lavoro di Goran Marković l’ennesimo film serbo molto apprezzato dal pubblico triestino (che lo premia con il secondo posto nella classifica di gradimento).

Un po’ più tiepida è stata invece l’accoglienza di pubblico e critica sia per Prognoza (Previsione), una coproduzione bulgara firmata da Sophia Zornitsa che, in chiave sentimental simbolica e con un tocco quasi adolescenziale, analizza anche il ruolo dei media in quella che è stata la gestione del conflitto nell’ex-Yogoslavia, sia per 33 Szeny z życia (33 scene di vita) della polacca Małgośka Szumowska. Il film, premio speciale della giuria all’ultimo festival di Locarno, ritrae una famiglia di artisti a confronto con la malattia, e con un conseguente senso di perdita, di assurdità e di sofferenza che si può combattere solo ritrovando un’ironica leggerezza e il coraggio di ridere. Entrambe le pellicole offrono qualche spunto di originalità ma risultano, in effetti, deboli in alcuni passaggi.

Delta, film in concorso al Trieste Film Festival 2009

Delta, dell’ungherese Kornėl Mundruczó, parla di un’incestuosa relazione tra fratello e sorella che, dopo essere cresciuti senza mai conoscersi, si ritrovano già adulti nel paese d’origine dei propri genitori, dove la ragazza abita assieme alla madre e al dispotico patrigno. Tra i protagonisti scatta immediatamente una strana attrazione affettiva e fisica che romperà i precari equilibri preesistenti e li porterà a costruirsi una casa nella vicina laguna. La decisione di vivere assieme scatena la violenta reazione della comunità nella quale vivono.

Il film appare fortemente simbolico e abbozza dei personaggi ambigui, resi ancor più irreali e astratti dall’ambientazione straordinaria delle scene, girate quasi tutte in esterno. Le atmosfere sonore, che fanno da perfetto sottofondo alla dirompente tensione erotica e ribelle che pervade il film, sono acquatiche e selvagge. E unite alle poetiche scelte fotografiche, conferiscono alla pellicola un’impronta molto singolare. L’apparente e tranquilla immutabilità del paesaggio, che avvolge l’isolato villaggio sul delta del Danubio, nasconde la bestiale aggressività dei peggiori istinti umani. E proprio nel cuore buio della laguna, che ha accolto quell’unione proibita, gli abitanti del luogo sembrano improvvisamente abbruttirsi, involgarirsi, precipitare all’ombra della civiltà. Le degenerazione sembra ipocritamente giustificabile perché punisce chi minaccia l’ordine delle cose, chi si è sottratto alle leggi umane e non ha più diritto ad esserne tutelato. Emblematica l’immagine finale di un salvagente che fluttua alla deriva.

Las meninas, penultimo film proiettato al Trieste Film Festival, sin dal titolo (che rimanda all’omonimo quadro di Velázques), fa pensare a un’opera artistica sperimentale piuttosto che a un film vero e proprio. Il lavoro dell’ucraino Ihor Podolčak si distingue nettamente da tutti gli altri in concorso e risulta più difficile contestualizzarlo. Piuttosto che ad una storia con un ben definito piano narrativo, assistiamo ad alcune operazioni linguistiche che interessano a momenti soprattutto i suoni, o la composizione delle immagini, o la volontaria destrutturazione dei dialoghi. O tutti gli elementi assieme che, assemblati con criteri compositivi affini all’arte pittorica, danno vita a delle sequenze filmiche piuttosto atipiche e complesse. Immerso in atmosfere surreali e perturbanti, con personaggi stravaganti, circondati da interni vetusti e fuori moda che comunicano una sensazione opprimente, puntellato di frammenti onirici e sfocati, il film è un’esperienza sonoro-visiva che può affascinare o lasciare piuttosto perplessi, a seconda di come lo si guarda.

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