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Cinema

Mila Turajlić

Cinema Komunisto

Come fa un Paese a scegliere la storia di sé che vuole raccontare? Fino ad ora non si è fatto altro che distruggere il passato in nome di un nuovo inizio, distruzione e ricostruzione sono diventate un leit motiv della nostra storia, e ad ogni nuovo mattone, c’è bisogno di riscrivere il copione. Se dovessi trovare una parola per descrivere che cosa significa crescere in un paese che ha cambiato nome 4 volte negli ultimi 15 anni, sarebbe “discontinuità”.

Mila Turajlić, note di regia per Cinema Komunisto

Mila TurajlicMila Turajlić, vincitrice nella sezione documentari del Trieste Film Festival grazie al suo delizioso Cinema Komunisto, è certamente una giovane regista da tenere d’occhio. Preparata, intelligente, spiritosa, ha colpito nel segno realizzando un film eccezionale che, con il cinema e attraverso il cinema, racconta davvero un’epoca, ovvero gli anni d’oro della cinematografia jugoslava al tempo di Tito. E lo fa intrecciando rimandi storici, sociali, creativi; alternando dimensione passata e presente; offrendo allo spettatore delle immagini di archivio  straordinarie. Un lavoro costato ben quattro anni di fatica, tra ricerca dei materiali, organizzazione, riprese e realizzazione del film.

La regista ha raccontato di aver viaggiato nei paesini sperduti di mezza Serbia per recuperare dai piccoli collezionisti privati pellicole altrimenti introvabili, i cui diritti non si capiva bene a chi appartenessero. “All’inizio mi dicevano ‘non hai idea di che razza di follia sia quella in cui ti stai imbarcando!’ e in effetti avevano ragione! – dice ridendo la Turajlić – A molti collezionisti non interessava affatto il denaro e dovevo ingegnarmi a trovare film che non avevano da barattare come merce di scambio per avere quelli che mancavano a me. Anche rintracciarli non è stato facile, soprattutto all’inizio. Poi però entri in una rete e sono loro stessi a metterti in contatto con altri collezionisti, funziona per passaparola. Mi sono appassionata ed è diventata una missione, a metà tra una detective story e una caccia al tesoro, che mi ha portata addirittura in Italia, Francia, Inghilterra e Stati Uniti pur di recuperare il materiale che cercavo”.

Fulcro del documentario è l’amore di Tito per il cinema, divertente chiave che permette di raccontare l’uomo ma soprattutto la Jugoslavia di allora. Ha dell’incredibile il sistema produttivo messo in piedi dal regime comunista all’epoca. La storia del cinema jugoslavo, fino ad oggi ancora poco conosciuta, è la storia di Avala Film, la casa di produzione cinematografica voluta dal dittatore balcanico. Sede concreta del tanto desiderato impero cinematografico è la Filmski Grad, la monumentale ‘Città del cinema’ costruita a Belgrado. Tito voleva fare le cose in grande e, prima di realizzarla, aveva mandato i suoi uomini negli studi romani di Cinecittà e in quelli praghesi di Barrandov, allora tra le realtà più all’avanguardia.

A inaugurare l’attività fu una produzione russa ma, quando Tito ruppe con Stalin, i sovietici furono banditi e tutti i film russi vietati nelle sale cinematografiche. Non rimase altro che rivolgersi ad Hollywood e gli americani risposero alla chiamata. Dopo la prima co-produzione con la Columbia Pictures, ne arrivarono molte altre che portarono nelle casse della Jugoslavia sonante valuta estera.

Una svolta ancora più decisiva avvenne nel 1962, quando a dirigere la Avala fu nominato Ratko Dražević, un ex-partigiano ufficiale dei servizi di sicurezza jugoslavi, che ben poco sapeva di cinema ma che non aveva invece difficoltà a far affluire in patria i capitali stranieri. Inizia così il periodo d’oro del cinema jugoslavo. In quegli anni vengono prodotti colossal come Gengis Khan e Marco Polo, interpretati da Omar Sharif, e nel paese comunista iniziano ad essere ingaggiati i migliori attori dell’epoca, da Orson Wells ad Anthony Queen, a Kirk Douglas, da Gina Lollobrigida a Sofia Loren, che arrivò accompagnata da Carlo Ponti per girare La ciociara e che ancora oggi pare ami raccontare aneddoti sul maresciallo.

Oggi Filmski Grad è ben lontana dagli anni d’oro. La guerra e le sanzioni degli anni Novanta hanno bloccato l’arrivo di stranieri e l’ultima co-produzione canadese The Dark side of the moon, con Brad Pitt, risale al 1997. L’ultimo film fatto da Avala è Senke Uspomena, del 2000, sebbene la casa di produzione continui a pagare gli oltre 100 dipendenti con i proventi degli affitti di alcuni teatri della Città del cinema. In attesa di privatizzazione è tenuta viva dalle trasmissioni televisive serbe e dalle produzioni italiane di fiction. Facendo caso ai titoli di coda di molte mini serie della Rai, in effetti, si noteranno nomi serbi o croati fra gli attori e i tecnici. Da quando gli studi bulgari o rumeni sono diventati troppo cari, sono cresciute le riprese fatte a Belgrado, da Lo scandalo della Banca Romana, produzione tv con Beppe Fiorello e Lando Buzzanca girata tra Koštunjak e la Skupština (il Parlamento serbo), a Paura d’Amare o Einstein.

“Oggi nessuno si interessa più di ciò che è stato – racconta Mila Turajlić – nemmeno di recuperarne la memoria”.

CF (Cristina Favento): Innanzitutto vorrei farti i complimenti perché è stata una visione molto coinvolgente. Come ti è venuta l’idea per questo splendido documentario?

Mila Turajlić (MT): All’inizio volevo semplicemente realizzare un lavoro sui vecchi studi cinematografici perché sapevo che erano stati gloriosi, i secondi più grandi d’Europa, e che, pur esistendo ancora, non venivano utilizzati da 15 anni. Sapevo che venivano lasciati cadere in rovina, addirittura senza corrente elettrica, sebbene ancora contengano scenografie, impianti tecnici, archivi e i materiali di scena abbandonati. Tutto abbandonato a se stesso, come se fosse una città fantasma. Già questo mi pareva un ottimo spunto perché il posto era veramente magico. Volevo raccontare che cosa erano negli anni Cinquanta e Sessanta, che cosa rappresentavano e chi ci aveva lavorato, ovvero personaggi del calibro di Sofia Loren o Orson Welles. Quando mi sono messa all’opera, però, ho capito che si sarebbe anche potuta raccontare la storia dell’intera ex Jugoslavia attraverso quella di questi studi. Erano un’eccezionale metafora di come fosse a un certo punto collassato il sistema, anch’esso basato in un certo senso su un principio di illusione, che non aveva completa corrispondenza nella realtà. Sono proprio gli studi della Avala Film la culla dell’illusione yugoslava, sia perché l’hanno concretamente alimentata, sia perché i set che oggi cadono a pezzi sono l’immagine del crollo di una scenografia nella quale stavamo tutti vivendo. Ho iniziato a compiere allora il secondo passo, mettendo assieme i dati sulla storia del paese e quella della cinematografia dell’epoca.

CF: Considerata la grande mole di materiale d’archivio che hai utilizzato, come ti sei organizzata?

MT: La questione dei diritti è stata spinosa, soprattutto se le pellicole erano in qualche archivio bosniaco. In Croazia e in Serbia, invece, è stato molto più semplice, bastava pagare. Molti film trovati nella cineteca jugoslava, però, erano ‘orfani’ e se c’erano dubbi sul paese di appartenenza iniziavano a farmi domande impossibili sull’etnia di regista o del cameram o del direttore della fotografia. In generale  il materiale raccolto era di buona qualità, soprattutto i cinegiornali mi hanno davvero impressionata. La mole però era spropositata, all’inizio mi perdevo. Poi ho escogitato un sistema di clip e di tag. Visonavo i film ed estrapolavo le scene clou del tipo “sparatoria”, “dialogo”, “morte ridicola”, “parata militare”, “discorso politico” e così via. Le ho catalogate creandomi un archivio suddiviso per categorie, in modo da poterle velocemente rintracciare nel momento in cui mi sarebbe servita un determinata scena per montare il documentario.

CF: Noi spettatori in questo lavoro abbiamo percepito un grande entusiasmo: da dove viene?

Mila TurajlicMT: Tutta la troupe, dal cameraman, allo sceneggiatore, all’editor, fa parte della nuova generazione, che non necessariamente ha conosciuto Tito. Vedendo le immagini d’archivio mi sono resa conto di come i miei genitori abbiano vissuto con emozione un glorioso capitolo della nostra storia che a me manca completamente. D’altra parte noi, proprio perché non c’eravamo ancora, oggi non sentiamo addosso tutta quella pressione che sentono ancora invece le vecchie generazioni su come parlare di Tito, come rivolgersi a lui, che atteggiamento pubblico avere nei suoi confronti, e via diecendo. Volevamo trattare tutto questo materiale con approccio fresco, giocandoci molto, accostandoci al lavoro in maniera informale e intrecciando passato e presente per realizzare un documentario giovane, ironico, divertente.

CF: E la nostalgia?

MT: È la nostaglia per un grande Paese che non esiste più, per una grande cinematografia che rischia di scomparire senza che ne rimanga traccia. Sarebbe importante riuscire a preservare ciò che abbiamo. Per molto tempo abbiamo vissuto due storie agli antipodi: la storia ufficiale di regime e la storia delle persecuzioni della ‘black wave’ (ovvero quella cinematografia censurata negli anni di regime comunista, nda). Oggi è arrivato forse il tempo della sintesi e di una maggiore obiettività, un momento eccitante perchè ora è forse possibile riscrivere la storia del nostro cinema. Così come avremmo tanto bisogno anche di conoscere e di parlare del nostro recente passato. In Serbia non c’è consenso sulla storia che vogliamo raccontare a noi stessi, su che cosa abbiamo fatto e su dove vogliamo andare. Trovo emblematico che al museo di Storia nazionale di Belgrado il secondo piano, che parte dalla Seconda guerra mondiale, sia chiuso da sette annni perché il governo non ha risposte su come andrebbe allestito. Personalmente non sono una yugo-nostalgica ma invidio a quelle persone di aver vissuto un periodo in cui sapevano che cosa volevano, quale fosse la propria storia e la propria direzione.

CF: Qual è stata la reazione al film nel tuo Paese?

MT: La prima a Belgrado sarà sabato (28 gennaio 2011, ndr) in una sala davvero enorme. Pensare di riempirla è un po’ ambizioso considerando che si tratta di un documentario ma, considerato l’argomento e che si parla di Tito, certamente molte persone vorranno vederlo. Non so proprio che reazione aspettarmi francamente. Quando ho iniziato questo lavoro, quattro anni fa, Tito era stato completamente rimosso dalla vita pubblica. Non vedevi sue statue nelle strade, non ne sentivi parlare. Poi invece qualcosa è cambiato, forse in occasione del ventennale della sua morte, e la sua figura pareva di colpo risorta. C’è stato un grande interesse, soprattutto nei media. Un periodico molto importante gli ha dedicato addirittura la copertina, pubblicando la stessa foto che noi avevamo in classe da bambini e che non vedevo da almeno quindici anni! C’è insomma un grande interesse verso il passato e ho il dubbio se sia perché davvero era così positivo oppure perché oggi la situazione in Serbia è talmente tragica da far guardare al passato appunto con nostalgia. Ci sono ancora moltissime divisioni, un po’ troppo drastiche, tra buoni e cattivi, e ognuno sembra avere la sua versione della verità.

CF: Com’è stata l’interazione con le persone che hai intervistato? Quali sono state le loro reazioni?

MT: È stata dura perché, tranne uno, inizialmente nessuno di loro voleva comparire nel documentario. Nessuno aveva mai ufficialmente parlato di Tito, in particolare il proiezionista, sebbene avesse lavorato per lui per 36 anni, nel suo staff personale. Era davvero intimo col presidente e arrabbiatissimo con le persone che, nonostante gli fossero state tanto vicine mentre era al potere, lo avevano rinnegato dopo la sua morte. Era estremamente protettivo, e un buon soldato anche, veniva dalla guardia militare. Però ho spiegato a tutti loro che volevo occuparmi di cinema, che volevo esprimere a modo mio l’illusione che avevamo vissuto nel nostro paese e poco a poco tutti hanno iniziato a cambiare idea. Soltanto uno degli intervistati però sino ad ora ha visto il film, gli altri lo vedranno tra pochi giorni per la prima volta. Veljko Bulaijc, il cosiddetto regista di corte, mi ha posto come condizione di poter vedere la pellicola prima di autorizzarmi ad utilizzare le sue dichiarazioni. Ero nervosissima a causa della scena del ponte (nel documentario si racconta di come si sia fatto addirittura esplodere un ponte vero per girare le scene di un epico film di guerra, nda) ma per fortuna è andato tutto liscio (ride, nda).

CF: Come hai scelto i protagonisti?

MT: È stato un casting lungo, ho visto oltre cinquanta persone. Volevo dei buoni narratori: il film, in fondo, è un discorso proprio sulla capacità di saper raccontare belle storie. Non era mia intenzione scegliere solo uomini ma è capitato così. Anche perché non tutti erano ancora vivi o corrispondevano a ciò che avevo in mente. Ho escluso a priori una voce narrante poichè credo nessuno possa realmente fornire un quadro completo e obiettivo sull’argomento, meglio quindi un collage. Il proiezionista, pur non essendo propriamente un oratore, con la sua commovente devozione, ha regalato al film la parte emozionale che cercavo, facendo da collante.

Cinema Komunisto -Tito

CF: Qual è la tua idea personale su Tito?

MT: A dire il vero è molto cambiata rispetto a prima che facessi il film. Sono cresciuta in una famiglia assolutamente anti Tito, una vecchia famiglia belgradese che perse alcune proprietà perché furono nazionalizzate quando il suo partito salì al potere. Ero piccolissima quando è morto, avevo solo un anno, ma nel decennio successivo è stato come se fosse ancora vivo. Mi ricordo perfettamente che a scuola facevamo festa per il suo compleanno, gli scrivevamo biglietti di auguri e facevamo dei disegni per regalo davanti al Parlamento Nazionale.

La mia sensazione riguardo a Tito è che politicamente fu un dittatore, anche se certamente più aperto mentalmente e meno duro di molti altri dittatori dell’est Europa. Mentre era al potere, in ogni caso, non c’è dubbio sul fatto che la Jugoslavia fosse un paese con limitata libertà politica e di espressione creativa. Facendo il film, però, specialmente quando ho avuto accesso al suo archivio personale e ho potuto sbirciare tra le sue carte, leggendo le trascrizioni delle sue conversazioni coi registi e i consigli che dava loro, i telegrammi che si inviavano e le sue note alle sceneggiature, quando suggeriva che cosa andava bene o meno, mi ha impressionato vedere quanto fosse partecipe e organizzato. Tutto era protocollato, c’era davvero un sistema dietro a ciò che faceva, vivevamo in un paese vero. E Tito godeva di grande rispetto perché era realmente un uomo di stato, di certo uno degli ultimi grandi dello scorso secolo – uno come De Gaulle per intenderci, di quella generazione che faceva ancora le cose sul serio – o per lo meno come non ce ne sono più stati nei Balcani. Bisogna riconosce e rispettare la capacità che ha avuto di ispirare le persone a tal punto da motivarle a ricostruire il paese dopo la guerra, nessuno è stato in grado di farlo dopo di lui. Ci sono iniziative incredibili che aveva proposto all’epoca, come ad esempio dare agli operai delle nozioni di management nelle fabbriche, cose che nessun altro paese comunista aveva fatto. Penso che potremmo definire il suo un reale comunismo progressista. Credo lo salvasse il fatto che lui per primo fosse un vero e proprio edonista, gli piaceva godersi la vita e non si preoccupava di impedire che anche il suo popolo facesse delle esperienze estetiche. Allo stesso tempo non aveva paura dei sacrifici, gli piaceva far vedere che era capace di dormire per terra su un materasso e di rinunciare alle comodità.

Cinema Komunisto

CF: Il tuo è stato un lavoro molto lungo, ci hai impiegato ben quattro anni a portarlo a termine, e certamente sarai incappata in episodi non sempre edificanti, eppure, la sensazione che ho avuto vedendo il documentario è stata estremamente positiva. Mi aspettavo che da un momento all’altro ci sarebbe stato un cambio di registro e sarebbe arrivata la parte estremamente negativa, e invece mi ha sorpreso che ci sia stato solo un piccolo accenno…

MT: Si, quasi alla fine del film, perché non ho sentito che fosse necessario includere in questo lavoro anche la “black wave” del cinema yugoslavo. Non era la storia che stavo raccontando. Dall’altro lato, però, devo dire che mi sono molto sorpresa perché io stessa mi aspettavo di trovare più negatività. In realtà, addirittura quegli stessi registi che sono stati all’epoca perseguitati o limitati nel proprio lavoro me ne hanno parlato come di un età dell’oro. C’è molta più ambivalenza rispetto a ciò che si dice nella storia ufficiale. Anche in questo momento storico la stiamo di nuovo vivendo. Ora tutti continuano a dire che si viveva benissimo, che eravamo un così gran paese e che era tutto così meraviglioso all’epoca di Tito ma, se così fosse, come mai è crollato? Era un’illusione prima? Lo è adesso? Era davvero così male o le persone semplicemente volevano essere libere di andarsene in Italia e in Francia?

Mi pare importante ciò uno degli intervistati (Veljko Bulajic) dice nel documentario, ovvero che la Yugoslavia sta scomparendo, questa è forse l’unica verità. Se succederà, non saremo più in grado di poter dire se le cose fossero bello o brutte perché non ci sarà rimasto niente per poter giudicare.

CF: Che cosa ne pensi della situazione oggi nel tuo Paese e nei Balcani in generale?

Mila TurajlićMT: Che siamo davvero schizofrenici! Forse la Slovenia e la Croazia sono andate avanti, si sono riprese e hanno raccolto consensi, ma se guardi alla Serbia, alla Bosnia o alla Macedonia in particolare, sembrano ancora paesi dentro al tunnel. Ci sono ancora così tante cose che hanno bisogno di essere dette pubblicamente, e discusse e ascoltate prima che chiunque possa andare avanti.

CF: E della situazione cinematografica in Serbia che te ne pare?

MT: È una domanda difficile. Credo ci sia un numero rilevante di film fatti in Serbia con molto poco. Facciamo un sacco di commedie e anche tanti, troppi film a tinte forti, estremamente e immotivatamente aggressivi, disturbanti. Non c’è in questo momento una cinematografia che abbia una vera e propria identità, tanto meno nazionale. Per lo meno per me risulta molto difficile definirla, però è proprio evidente l’esigenza di choccare che hanno le giovani generazioni, come se volessero sbatterti in faccia le cose per svegliarti.

CF: I tuoi prossimi progetti?

MT: Mi sto ancora riprendendo da questo! (ride, ndr) Certamente farò qualcosa che appartenga a un periodo differente. Mi piacerebbe indagare che cosa significa essere serbo nella Serbia degli anni Novanta ma visto da un’angolazione completamente differente rispetto a ciò che ho appena concluso. Ovvero questa è stata la storia del cinema jugoslavo e richiedeva un determinato tipo di linguaggio, mentre ora voglio sperimentare qualcosa di totalmente diverso.

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